Gli ultimi vertici mondiali sull’ambiente e la salute pubblica ( Rio de Janeiro 1992 e Johannseburg 2002) hanno ribadito la validità e la necessità del Principio di Precauzione. Esso si basa su 2 assunti cardine:
· “Dove esistono minacce di danno serio o irreversibile, la mancanza di piena conoscenza scientifica non potrà essere usata come ragione per posporre misure di prevenzione della degradazione ambientale”.
· “Quando un’attività crea possibilità di far male alla salute umana o all’ambiente, misure precauzionali dovrebbero essere prese anche se alcune relazioni di causa - effetto non sono stabilite dalla scienza”.
Il Principio, in sostanza, sostiene la necessità di un intervento cautelativo nei confronti di quelle attività o comportamenti che possono ledere il benessere o la salute del pianeta o delle creature che lo popolano, ivi compreso l’uomo.
Ora,la mia ricerca intorno al problema del “Principio di Precauzione”, mi ha condotto prendere in esame diverse interpretazioni, che per la maggior parte lo negano in modo quasi assoluto. Faccio, qui di seguito, un veloce elenco delle ipotesi che ho trovato più interessanti, non per la loro giustezza, ma piuttosto per l’inesattezza, la strumentalizzazione e, qualche volta, la fantasiosità con la quale vorrebbero mettere all’indice un Principio, a mio avviso, corretto.
1. Il Principio di Precauzione è un falso principio, poiché adduce a giustificazione di sé il senso di responsabilità etica nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future secondo un progetto di “Sviluppo Sostenibile”. In realtà – dicono i detrattori – esso si fonda su di un ingiusto divieto, volto a impedire un’attività o comportamento socio-economico ritenuto dannoso, senza che vi sia alcun riscontro scientifico che ne comprovi l’ effettiva pericolosità.
2. La cieca arbitrarietà con la quale le Istituzioni internazionali impongono il Principio, i divieti e le sanzioni poiché esso è dannoso al sistema economico e al libero mercato in modo molto più irreversibile dei benefici che vorrebbe garantire.
3. La mancanza di una libera economia e gestione interna dei problemi di benessere e salute pubblica, uccide il dinamismo delle singole nazioni e nega la possibilità di un reale sviluppo sostenibile.
4. Il senso morale ed etico degli attori della vita economica è sufficiente a garantire il rispetto delle regole dello sviluppo sostenibile, senza l’intervento di Organi Internazionali o, comunque, esterni.
5. L’unico Principio che dovrebbe muovere la vita dei paesi, sarebbe il “Wealthier is Healthier”. Liberismo significa conseguente diffusione del benessere, aumento della ricchezza, inevitabile riduzione dei costi.
6. Il Principio di Precauzione vorrebbe limitare le attività umane sostenendo che le risorse naturali sono limitate e destinate a finire in breve. L’idea di fondo è sbagliata –affermano gli oppositori – poiché le risorse sono create dall’uomo, non dalla natura. L’uomo è l’unico essere in grado di modificare l’ambiente intorno a sé allo scopo di trovare soluzioni migliorative e benefici alla propria esistenza. I costi della sua ricerca non saranno mai pari ai benefici che produrra, lasciando ai posteri un mondo migliore. A patto, però, che non sia limitato nella sua opera.
7. La complessità sulla quale si compone il Principio nascerebbe da un accordo in atto tra i 3 vertici di una concertazione internazionale: politici, scienziati e gruppi di pressione. I vertici lavorerebbero uniti al fine di rimbalzarsi a turno la palla del potere.
Il primo ed il secondo punto avanzato dagli oppositori al Principio di Precauzione
accusa le Istituzioni di applicare provvedimenti cautelativi di natura economica e/o ambientale, sulla base di ipotesi più o meno catastrofiste, in un futuro non ben determinato. Esse sarebbero postulate senza alcuna inconfutabile prova scientifica a sostegno e il tutto in nome di un’idea di “Sviluppo Sostenibile” mal concepita e gestita.
Queste osservazioni sono scorrette. Il Principio di Precauzione non si basa su arbitrarietà soggettive avanzate da qualche pessimista, ma su osservazioni scientifiche condotte con metodo e con accurati rilevazioni statistiche su larga scala. Non si tratta, dunque, di un divieto fine a se stesso, concepito nell’ordine di una visione “oscurantista – medioevale”, ma della quantificazione di una reale ipotesi di rischio di portata nazionale o internazionale. La mancanza di definitivi risultati scientifici non può diventare la giustificazione per ignorare quelli già esistenti anche se parziali.
L’applicazione del Principio, inoltre, non implica necessariamente l’esclusione di una o di una serie di attività, ma il contenimento degli eventuali aspetti negati che possano ripercuotersi sull’uomo o sull’ambiente. La ricerca scientifica, quindi, non si limita a delineare un ipotetico rischio, per poi fermarsi e tacere, ma prosegue la sua opera di quantificazione di costi e benefici derivanti in ogni attività umana.
Nei punti 3, 4 e 5 è presentato un modello socio – economico basato su una pura idea di Liberismo. In teoria il discorso sembra logico e plausibile. Si fa appello al diritto di libera scelta che ogni nazione (ma pure ogni regione) deve poter avanzare per condurre una propria politica di ricchezza e benessere. Ognuna di queste singole politiche, poi, si affiancherebbe alle altre sempre in virtù del medesimo principio: “Il mio bene è possibile solo pensato insieme a quello altrui”. Inoltre i promotori, sostenitori e controllori delle regole alla base di questo modello non devono essere le Istituzioni ma i singoli imprenditori. Essi, infatti, non solo hanno una profonda conoscenza del mercato e dell’economia nel suo complesso, ma sono in grado di quantificare gli aspetti che lo sviluppo può avere su società ed ambiente; questo anche in virtù del senso morale ed etico che alberga in ogni uomo e che trova la massima esternazione negli imprenditori.
Ora, senza nulla togliere agli attori della vita economica che pure sono i motori di un paese, non posso fare a meno di pormi una serie di domande:
Di chi è il benessere e la ricchezza alla base del modello proposto? Chi garantisce che questi 2 elementi siano assunti come principi cardine per la vita di ogni individuo? A quale categoria di operatori economici dovrebbe essere dato di decidere cosa è meglio in ambito ambientale e non? Ai finanzieri? Ai banchieri? Ai petrolieri? Alle grandi imprese? Le medie? Le piccole? E se anche fosse, come si possono ritenere i controllati anche affidabili controllori?
Neppure l’Illuminismo, infarcito di utopia e ed ottimismo nelle potenzialità umane ha potuto costruire un mondo poggiato su una Moralità giusta e oggettivamente condivisa. Quello che i sostenitori del “Wealthier is Healthier” dimenticano è che non esiste alcun benessere là dove manca uno Stato di Diritto nazionale o internazionale. Al di fuori delle Leggi collettivamente condivise non può esistere nessuno tipo di libertà, ma solo l’anarchia.
Per ciò che riguarda il sesto punto, vorrei rilevare che esso è già stato uno dei concetti principali di certe correnti di pensiero come il Creazionismo, l’Evoluzionismo e il Superomismo delle grandi dittature del ‘900. Tutte filosofie che , una volta applicate alla vita pratica e alla scienza hanno prodotto solo storture, coercizione e distruzione, sia tra popoli e nazioni, sia nell’ambiente.
Ritenere l’uomo al di sopra di ogni cosa crea una distorsione della realtà nella quale egli sembra essere al di fuori della catena naturale, quando, invece, ne è profondamente legato insieme a tutti gli elementi naturali, viventi e non.
Dunque, proprio in virtù della sua capacità di sperimentare e trovare risorse, egli è il primo responsabile nella tutela di sé e di ciò che lo circonda.
Il settimo punto è così fantasioso da far quasi sorridere. I detrattori più accaniti al Principio, infatti, postulano una sorta di complotto nel quale i politici, per giustificare agli occhi del loro elettorato scelte sbagliate, chiamarebbero in causa gli scienziati. Questi accetterebbero la connivenza con i politici per poter intascare laute sovvenzioni internazionali; denaro concesso solo a patto di portare all’opinione pubblica prove pseudo - scientifiche a sostegno delle iniziative politiche. A questo punto entrerebbero in gioco non ben definiti gruppi di potere. Essi per aumentare il proprio prestigio si presterebbe ad aiutare economicamente queste ricerche.
Questa ipotesi non necessita di ulteriori precisazioni. L’idea di un “intrigo internazionale” tra inetti uomini politici,avidi scienziati senza e ricchi faccendieri senza scrupoli sembra più la sceneggiatura di un film di A. Hitchcock che la realtà.