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Recensione: “La bioetica in laboratorio” di Demetrio Neri

copertina de Il saggio La bioetica in laboratorio è dedicato alle nuove frontiere della biomedicina, ed in particolare alla sua branca più promettente e allo stesso tempo più discussa: la ricerca sulle cellule staminali.

Nella prima parte del saggio, l’autore ripercorre le principali tappe della storia della biologia cellulare, dalla prima formulazione della teoria cellulare nel XIX secolo fino agli ultimi progressi dell’ingegneria genetica che hanno trovato il proprio culmine nella clonazione. La gran parte di questa sezione è comunque riservata alle cellule staminali: viene spiegata la loro funzione nell’organismo, si ripercorrono le tappe della ricerca che le ha avute come oggetto e se ne prospettano le possibili applicazioni future, nella ricerca scientifica come nella terapia. Sebbene in questa sezione siano esposti argomenti di biologia moderna piuttosto complessi, l’autore è riuscito a farlo senza ricorrere a un eccessivo uso di termini tecnici. Questo, insieme al taglio storico dell’esposizione, che la avvicina più a un appassionante racconto che ad un manuale di biologia, rende l’opera accessibile anche ad un lettore non esperto di scienze della vita.

Nella seconda parte vengono affrontati i problemi etici posti dalla ricerca sulle cellule staminali. In particolare, Neri dedica ampio spazio al tema più spinoso, quello della sperimentazione sugli embrioni. Espone un dettagliato resoconto del dibattito sviluppatosi intorno a questo tema negli Stati Uniti, in Europa e in Italia, esaminando sia le posizioni favorevoli sia quelle contrarie, e discutendo gli argomenti delle une e delle altre. Non si limita però ad una presentazione “neutrale” delle argomentazioni altrui, ma sviluppa una propria posizione ben definita. Giunge infatti alla conclusione che, in virtù dei notevoli benefici ottenibili, sia opportuno proseguire anche esperimenti di questo tipo, superando le obiezioni di carattere morale provenienti da alcuni ambienti. Sottolinea inoltre l’importanza che tale ricerca sia almeno in parte finanziata con fondi pubblici, in quanto una sua totale privatizzazione rischierebbe di renderne inaccessibili i prodotti ai non abbienti.

In conclusione, La bioetica in laboratorio è consigliabile ai non specialisti nelle scienze biomediche, a cui consente di farsi un’idea sufficientemente completa di una materia tanto presente sui mass media quanto poco conosciuta realmente. È tuttavia un’utile lettura anche per quegli specialisti che vogliano approfondire i problemi di natura etica e morale che il loro campo di ricerca può porre. È infine un autorevole contributo all’arroventato dibattito su questo tema, a cui fornisce una presa di posizione netta e razionalmente argomentata, ma priva di faziosità e di polemica.

L’AUTORE

Demetrio Neri (Reggio Calabria, 1947) è professore ordinario di Bioetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Messina. È inoltre membro del Comitato Nazionale di Bioetica e del comitato editoriale scientifico della rivista Bioetica – Rivista interdisciplinare, che si occupa di questioni di bioetica e di filosofia della medicina. Ha fatto parte della commissione di studio sulle cellule staminali del Ministero della Sanità.

“LA BIOETICA IN LABORATORIO” di Demetrio Neri, ed. Laterza (collana Universale), € 10,00


“Gli italiani e la scienza”: presentato il primo rapporto su scienza, tecnologia e opinione pubblica in Italia

Agli italiani la scienza piace e interessa ma andrebbe promossa maggiormente. Questo è il risultato di “Gli Italiani e la Scienza. Primo rapporto su scienza, tecnologia e opinione pubblica”, indagine condotta da Observa – Science in Society con la collaborazione di Compagnia di San Paolo nel corso del 2007 per studiare gli atteggiamenti e le percezioni dei cittadini verso il mondo scientifico. Uno studio unico in Italia nel suo genere, dato che si tratta della prima fotografia dello stato dei rapporti tra questi due mondi, scienza e società, che caratterizza buona parte del dibattito culturale della nostra epoca.
Nell’opinione pubblica italiana prevale un’immagine di scienza e tecnologia generalmente positiva: ne vengono riconosciuti i benefici e il ruolo centrale per la crescita e lo sviluppo economico, tanto che un italiano su sei considera la ricerca scientifica una priorità per gli investimenti pubblici, privilegiando in particolar modo gli studi sulle energie rinnovabili e sui cambiamenti climatici.  
La scienza insomma attrae, soprattutto se presentata in tv o nei quotidiani: due terzi degli intervistati leggono almeno sporadicamente articoli che parlano di scienza e tecnologia nella stampa quotidiana; l’80% segue programmi televisivi di scienza e uno su due legge di tanto in tanto una rivista di divulgazione scientifica. Ancora poco diffusa è la frequentazione di musei e mostre scientifiche, visitati da un italiano su quattro; nonostante ciò un italiano su due vorrebbe avere maggiori possibilità di incontro e dialogo con gli scienziati. In generale, l’esposizione alla scienza nei media raggiunge il 42% e il 14% ne risulta completamente estraneo.
Chi produce scienza è considerato uno degli interlocutori più credibili (84,9%) relativamente alle questioni scientifiche socialmente rilevanti ma, allo stesso tempo, sono contrastanti le opinioni sull’organizzazione della ricerca: l’81,7% ritiene ancora forte l’ingerenza della politica nel lavoro degli Istituti di ricerca, dove si fa carriera solo se sì è raccomandati (63,3%) e per il 64% i ricercatori italiani dovrebbero impegnarsi di più nell’informare la collettività sui risultati delle proprie ricerche (53%).
Non manca nei cittadini il desiderio di poter partecipare e incidere maggiormente nelle decisioni scientifiche che contano: lo sostiene ben l’80% degli intervistati, cui va ad aggiungersi il 43% di quanti vorrebbero che le priorità della ricerca fossero definite con il concorso di tutti.
Un’opinione pubblica pro scienza dunque, anche se il livello di alfabetismo scientifico degli italiani non è particolarmente elevato, seppur vicino alla media europea: per tre italiani su quattro il DNA è un elemento caratteristico degli organismi viventi, ma quattro su dieci sostengono che il sole sia un pianeta.

La Ragione della Precauzione

Gli ultimi vertici mondiali sull’ambiente e la salute pubblica ( Rio de Janeiro 1992 e Johannseburg 2002) hanno ribadito la validità e la necessità del Principio di Precauzione. Esso si basa su 2 assunti cardine:

· “Dove esistono minacce di danno serio o irreversibile, la mancanza di piena conoscenza scientifica non potrà essere usata come ragione per posporre misure di prevenzione della degradazione ambientale”.

· “Quando un’attività crea possibilità di far male alla salute umana o all’ambiente, misure precauzionali dovrebbero essere prese anche se alcune relazioni di causa - effetto non sono stabilite dalla scienza”.

Il Principio, in sostanza, sostiene la necessità di un intervento cautelativo nei confronti di quelle attività o comportamenti che possono ledere il benessere o la salute del pianeta o delle creature che lo popolano, ivi compreso l’uomo.

Ora,la mia ricerca intorno al problema del “Principio di Precauzione”, mi ha condotto prendere in esame diverse interpretazioni, che per la maggior parte lo negano in modo quasi assoluto. Faccio, qui di seguito, un veloce elenco delle ipotesi che ho trovato più interessanti, non per la loro giustezza, ma piuttosto per l’inesattezza, la strumentalizzazione e, qualche volta, la fantasiosità con la quale vorrebbero mettere all’indice un Principio, a mio avviso, corretto.

1. Il Principio di Precauzione è un falso principio, poiché adduce a giustificazione di sé il senso di responsabilità etica nei confronti dell’ambiente e delle generazioni future secondo un progetto di “Sviluppo Sostenibile”. In realtà – dicono i detrattori – esso si fonda su di un ingiusto divieto, volto a impedire un’attività o comportamento socio-economico ritenuto dannoso, senza che vi sia alcun riscontro scientifico che ne comprovi l’ effettiva pericolosità.

2. La cieca arbitrarietà con la quale le Istituzioni internazionali impongono il Principio, i divieti e le sanzioni poiché esso è dannoso al sistema economico e al libero mercato in modo molto più irreversibile dei benefici che vorrebbe garantire.

3. La mancanza di una libera economia e gestione interna dei problemi di benessere e salute pubblica, uccide il dinamismo delle singole nazioni e nega la possibilità di un reale sviluppo sostenibile.

4. Il senso morale ed etico degli attori della vita economica è sufficiente a garantire il rispetto delle regole dello sviluppo sostenibile, senza l’intervento di Organi Internazionali o, comunque, esterni.

5. L’unico Principio che dovrebbe muovere la vita dei paesi, sarebbe il “Wealthier is Healthier”. Liberismo significa conseguente diffusione del benessere, aumento della ricchezza, inevitabile riduzione dei costi.

6. Il Principio di Precauzione vorrebbe limitare le attività umane sostenendo che le risorse naturali sono limitate e destinate a finire in breve. L’idea di fondo è sbagliata –affermano gli oppositori – poiché le risorse sono create dall’uomo, non dalla natura. L’uomo è l’unico essere in grado di modificare l’ambiente intorno a sé allo scopo di trovare soluzioni migliorative e benefici alla propria esistenza. I costi della sua ricerca non saranno mai pari ai benefici che produrra, lasciando ai posteri un mondo migliore. A patto, però, che non sia limitato nella sua opera.

7. La complessità sulla quale si compone il Principio nascerebbe da un accordo in atto tra i 3 vertici di una concertazione internazionale: politici, scienziati e gruppi di pressione. I vertici lavorerebbero uniti al fine di rimbalzarsi a turno la palla del potere.

Il primo ed il secondo punto avanzato dagli oppositori al Principio di Precauzione

accusa le Istituzioni di applicare provvedimenti cautelativi di natura economica e/o ambientale, sulla base di ipotesi più o meno catastrofiste, in un futuro non ben determinato. Esse sarebbero postulate senza alcuna inconfutabile prova scientifica a sostegno e il tutto in nome di un’idea di “Sviluppo Sostenibile” mal concepita e gestita.

Queste osservazioni sono scorrette. Il Principio di Precauzione non si basa su arbitrarietà soggettive avanzate da qualche pessimista, ma su osservazioni scientifiche condotte con metodo e con accurati rilevazioni statistiche su larga scala. Non si tratta, dunque, di un divieto fine a se stesso, concepito nell’ordine di una visione “oscurantista – medioevale”, ma della quantificazione di una reale ipotesi di rischio di portata nazionale o internazionale. La mancanza di definitivi risultati scientifici non può diventare la giustificazione per ignorare quelli già esistenti anche se parziali.

L’applicazione del Principio, inoltre, non implica necessariamente l’esclusione di una o di una serie di attività, ma il contenimento degli eventuali aspetti negati che possano ripercuotersi sull’uomo o sull’ambiente. La ricerca scientifica, quindi, non si limita a delineare un ipotetico rischio, per poi fermarsi e tacere, ma prosegue la sua opera di quantificazione di costi e benefici derivanti in ogni attività umana.

Nei punti 3, 4 e 5 è presentato un modello socio – economico basato su una pura idea di Liberismo. In teoria il discorso sembra logico e plausibile. Si fa appello al diritto di libera scelta che ogni nazione (ma pure ogni regione) deve poter avanzare per condurre una propria politica di ricchezza e benessere. Ognuna di queste singole politiche, poi, si affiancherebbe alle altre sempre in virtù del medesimo principio: “Il mio bene è possibile solo pensato insieme a quello altrui”. Inoltre i promotori, sostenitori e controllori delle regole alla base di questo modello non devono essere le Istituzioni ma i singoli imprenditori. Essi, infatti, non solo hanno una profonda conoscenza del mercato e dell’economia nel suo complesso, ma sono in grado di quantificare gli aspetti che lo sviluppo può avere su società ed ambiente; questo anche in virtù del senso morale ed etico che alberga in ogni uomo e che trova la massima esternazione negli imprenditori.

Ora, senza nulla togliere agli attori della vita economica che pure sono i motori di un paese, non posso fare a meno di pormi una serie di domande:

Di chi è il benessere e la ricchezza alla base del modello proposto? Chi garantisce che questi 2 elementi siano assunti come principi cardine per la vita di ogni individuo? A quale categoria di operatori economici dovrebbe essere dato di decidere cosa è meglio in ambito ambientale e non? Ai finanzieri? Ai banchieri? Ai petrolieri? Alle grandi imprese? Le medie? Le piccole? E se anche fosse, come si possono ritenere i controllati anche affidabili controllori?

Neppure l’Illuminismo, infarcito di utopia e ed ottimismo nelle potenzialità umane ha potuto costruire un mondo poggiato su una Moralità giusta e oggettivamente condivisa. Quello che i sostenitori del “Wealthier is Healthier” dimenticano è che non esiste alcun benessere là dove manca uno Stato di Diritto nazionale o internazionale. Al di fuori delle Leggi collettivamente condivise non può esistere nessuno tipo di libertà, ma solo l’anarchia.

Per ciò che riguarda il sesto punto, vorrei rilevare che esso è già stato uno dei concetti principali di certe correnti di pensiero come il Creazionismo, l’Evoluzionismo e il Superomismo delle grandi dittature del ‘900. Tutte filosofie che , una volta applicate alla vita pratica e alla scienza hanno prodotto solo storture, coercizione e distruzione, sia tra popoli e nazioni, sia nell’ambiente.

Ritenere l’uomo al di sopra di ogni cosa crea una distorsione della realtà nella quale egli sembra essere al di fuori della catena naturale, quando, invece, ne è profondamente legato insieme a tutti gli elementi naturali, viventi e non.

Dunque, proprio in virtù della sua capacità di sperimentare e trovare risorse, egli è il primo responsabile nella tutela di sé e di ciò che lo circonda.

Il settimo punto è così fantasioso da far quasi sorridere. I detrattori più accaniti al Principio, infatti, postulano una sorta di complotto nel quale i politici, per giustificare agli occhi del loro elettorato scelte sbagliate, chiamarebbero in causa gli scienziati. Questi accetterebbero la connivenza con i politici per poter intascare laute sovvenzioni internazionali; denaro concesso solo a patto di portare all’opinione pubblica prove pseudo - scientifiche a sostegno delle iniziative politiche. A questo punto entrerebbero in gioco non ben definiti gruppi di potere. Essi per aumentare il proprio prestigio si presterebbe ad aiutare economicamente queste ricerche.

Questa ipotesi non necessita di ulteriori precisazioni. L’idea di un “intrigo internazionale” tra inetti uomini politici,avidi scienziati senza e ricchi faccendieri senza scrupoli sembra più la sceneggiatura di un film di A. Hitchcock che la realtà.

Tutta la verità sull’artrosi al ginocchio

Uno specialista chiarisce i maggiori dubbi

Roberto D'Anchise

“Gli antinfiammatori utilizzati localmente sono efficaci come gli stessi farmaci assunti per bocca”, afferma uno studio sull’artrosi al ginocchio uscito sul British Medical Journal, “con il vantaggio di minori effetti collaterali”, aggiunge Roberto D’Anchise, primario di Chirurgia del ginocchio nell’istituto ortopedico Galeazzi di Milano.

Ma prima di parlare di medicinali ci sono altre strade da imboccare: innanzitutto il raggiungimento del peso forma e la limitazione degli sport nocivi alla patologia, sottolinea D’Anchise. Buoni risultati sono stati riscontrati anche grazie alla fisioterapia, mentre le infiltrazioni di acido ialuronico possono provocare infezioni “per cui”, continua il primario, “a mio parere il gioco non vale la candela”.

Per quanto riguarda le protesi, nonostante il netto miglioramento in termini di materiali e tecniche chirurgiche, l’indicazione viene data solo in caso di artrosi invalidante e, sicuramente, non allo scopo di praticare sport.

Notizie interessanti arrivano sul piano della prevenzione: ci sono casi in cui è possibile evitare l’insorgere dell’artrosi o quantomeno limitarne il rischio, “se si ha un’alterazione dell’asse del ginocchio si può fare un intervento correttivo”, conclude D’Anchise, o “se viene asportato un menisco, si può ricorrere al trapianto”.

 

Principio di precauzione: vera tutela del cittadino o promessa vuota?

fragola-pesce

Il principio di precauzione, nelle enunciazioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea, sembra ampliare quella tutela della salute (oltre che dell’ambiente) che la costituzione italiana riconosce come diritto fondamentale tutelato dallo Stato.

Ma è davvero così?

In quali contesti e con quali livelli di incertezza le decisioni politiche pongono al primo posto la salute individuale e collettiva?

L’impressione che si riceve dai media è che l’atteggiamento prudente e garantista del legislatore entri in gioco solo nelle questioni che hanno particolare visibilità sociale e risonanza emotiva, ossia in quelle che rivestono importanza politica e rilevanza ai fini del consenso.

Da questo punto di vista gli organismi geneticamente modificati sono senz’altro oggetto di attenzione in Italia e, a prescindere dalla normativa dell’U.E., la loro presenza negli alimenti è sicuramente minima nel nostro paese.

Una volta esclusi i cibi geneticamente modificati (i cosiddetti Franken-Food) si può essere sicuri che altrettanta attenzione sia riservata dal legislatore ad altri fattori ambientali rilevanti per la salute? Quanto frequenti ed accurati sono i controlli degli alimenti per la ricerca di ormoni, antibiotici, fitofarmaci e aflatossine?

Se è vero che l’alimentazione è il fattore ambientale che più influisce sull’incidenza dei tumori (per non parlare delle malattie cardio-vascolari, prima causa di morte anche in Italia) quali norme assicurano ai cittadini il rispetto del principio di precauzione nelle filiere agro-alimentari?

E’ forse riservata altrettanta attenzione alle qualità nutrizionali di cibi e bevande dei distributori automatici presenti nelle scuole?

E, restando in tema di minori, quali controlli sono garantiti sulla vendita di alcol e sigarette?

Gli esempi potrebbero continuare in relazione alla sicurezza stradale ed all’inquinamento dovuto al traffico veicolare: in quale misura il legislatore ha tenuto presente il principio di precauzione nella stesura delle leggi e nella pianificazione del sistema dei trasporti?

In definitiva pare che il principio, tanto desiderabile quanto vago nelle possibilità di essere applicato in modo coerente ed estensivo, entri in gioco solo di fronte e ciò che è socialmente percepito come pericoloso o nocivo e che ha, di conseguenza, un maggiore peso politico.

I problemi che non fanno notizia sono spesso ignorati dai media e trascurati dai decisori politici, giacché ininfluenti ai fini del consenso: un nuovo “caso amianto” (materiale utilizzato nell’industria fino al 1992 benché la sua nocività fosse dimostrata dagli anni ‘50) è tutt’altro che scongiurato per l’avvenire.

La collina della religione

Quaranta pilastri a forma di T del peso di 3 tonnellate ciascuno. Alti 4 metri, larghi 1 metro e mezzo e spessi mezzo. Scavati nella roccia, perfettamente levigati, decorati e collocati in gruppi di circa 14 elementi a formare sul terreno 3 anelli, poi, sepolti sotto terra. Si tratta del più antico tempio mai realizzato dall’umanità.

Il ritrovamento è stato effettuato vicino alla città di Urfa (sud Turchia), dove si erge la collina di Göbekli Tepe (il Monte dell’Ombelico), da un team di archeologi del DAI (Istituto Archeologico di Istanbul) e da esperti del Museo di Urfa guidati dall’archeologo tedesco Klaus Schmidt.

L’analisi al carbonio 14 eseguita su resti di animali e punte di freccia trovate accanto ai pilastri non lascia dubbi: il tempio risale a 11 mila anni fa, un periodo stimato intorno all’ultima glaciazione, quando l’uomo viveva ancora di caccia e raccolta di frutti spontanei.

Ciò che affascina gli scienziati è l’attenta lavorazione e la collocazione delle colonne per anello. Ogni cerchio è formato da pilastri rivolti di profilo verso il centro. Esso ospita altre 2 colonne che, a differenza delle prime, sono l’una di fronte all’altra.

Secondo gli esperti i pilastri sarebbero una rappresentazione antropomorfa: le colonne di profilo corrisponderebbero a naso e mento umani, quelle centrali al tronco, braccia e testa di un uomo. Siamo di fronte a un gruppo di divinità o di antenati. Ogni anello rappresenterebbe un clan e le 2 colonne

centrali i progenitori o divinità superiori fondatori di ogni gruppo.

 

Il monte dell’ombellico

 

Non si tratta, dunque, di semplici impianti monolitici grezzi, ma di

un complesso sistema architettonico a scopo religioso costruito nel 9000 a.C.: fatto notevole, considerato che i megaliti di Stonehenge risalgono al 3500 a.C. e le piramidi egizie al 2500 a.C.

Per Schmidt la scoperta è sensazionale e getta nuova luce sulle abitudini di popolazioni primitive che, si pensava, non avessero le capacità, gli strumenti e

l’esigenza di realizzare una simile struttura.

Il tempio deve aver richiesto una scrupolosa idealizzazione e divisione del lavoro. Doveva esserci uno sciamano-architetto a capo di gruppi di intagliatori, decoratori, trasportatori, manovali e uomini addetti al ristoro e al sostentamento di tutti.

Per Schmidt una tale organizzazione implica

una società strutturata per classi, regolata da gerarchie e modulata da

attività sociali

collettive. Era, dunque, una società civilizzata.

Il ritrovamento ha importanza anche dal punto di vista antropologico per capire il rapporto dell’uomo primitivo con il senso del divino. Gli scienziati erano sicuri che la necessità di adorare la divinità in luoghi preposti ed allestiti a templi fosse il prodotto di una trasformazione esterna nella vita dell’uomo preistorico. L’esigenza pareva scaturire dalla scoperta dell’agricoltura e dalla conseguente sedentarietà che ha cominciato a legare gli uomini ai territori abitati. In questo nuovo contingente l’uomo diveniva sempre più vincolato ai cicli naturali e bisognoso di propiziarsi le forze che

sembravano dominarli. Ma, secondo l’archeologo tedesco, questo ritrovamento scardina tutte le teorie precedenti:” Non fu, insomma, una causa esterna ma una rivoluzione interiore a guidare il progetto del tempio di Göbekli Tepe. Fu la scoperta della religiosità, del trascendente”.

Resta ancora da capire il motivo che spinse queste popolazioni a nascondere il tempio sotto terra. Gli esperti arrivano a ipotizzare che vi siano ancora 200 pilastri seppelliti nella collina di Göbekli Tepe, tanto che è plausibile ritenere che tutta l’altura sia di natura artificiale. Gli uomini di Schmidt continuano a scavare.

 

 

 



L’aggressività? Piacevole come il sesso

 

800px-wistar_rat.jpg  “L’aggressività procura piacere. Proprio come il sesso o il cibo”. L’affermazione sembrerà eticamente inaccettabile ma è quanto suggerisce uno studio condotto da un gruppo di biologi della Vanderbilt University (Nashville, Tennessee) e coordinato dal dottor Craig Kennedy.
Protagoniste del singolare esperimento alcune coppie di roditori, lasciate ambientare in una gabbia e poi separate sostituendo l’esemplare femmina con un secondo maschio. I ricercatori statunitensi hanno ideato un meccanismo che consentiva al maschio “residente” di lasciare entrare e uscire a proprio piacimento l’estraneo dalla gabbietta, registrando il numero di volte con cui il roditore azionava il meccanismo. L’osservazione ha evidenziato che i topi traevano piacere dalla possibilità di far rientrare l’intruso nel proprio territorio per il gusto di poterlo aggredire più e più volte. Infatti, se trattati con un farmaco in grado di bloccare la dopamina, - neurotrasmettitore coinvolto nella percezione del piacere - diventavano meno interessati all’esercizio di questa “violenza gratuita”, riducendo la frequenza con cui attivavano il meccanismo e adottavano il comportamento aggressivo.
La dopamina è la molecola-chiave per spiegare un comportamento di altrimenti difficile interpretazione. Coinvolta in numerosi processi cognitivi ed emotivi, svolge un ruolo fondamentale nei meccanismi di gratificazione e nel “rinforzo positivo”, con cui siamo indotti a ripetere un’azione che procura benessere o soddisfazione. Il rilascio di dopamina, fa sì che il cervello interpreti anche l’aggressività come appagamento.
Il significato biologico del trovare appagamento nel nutrirsi o accoppiarsi è chiaro: la selezione naturale ha creato questo messaggero chimico per “premiare” comportamenti che consentano la prosecuzione della specie. Ma perché ripagare con la stessa moneta anche il comportamento aggressivo? Perché a guardarla bene la reazione del topo verso il suo simile è tutt’altro che una violenza gratuita: è competizione. In natura è finalizzata all’acquisizione di risorse (territori, cibo, alleati) e si realizza anche attraverso l’esercizio della forza ma ha un fine più che nobile, vitale: la sopravvivenza.

GLI INSENSIBILI? SOFFRONO D’INSONNIA

 

  Le persone meno sensibili soffrono di insonnia, mentre gli uomini che non esprimono i sentimenti sono più soggetti a depressione

Le persone incapaci di capire i sentimenti degli altri o di esternare i propri sono più soggette a insonnia e depressione rispetto a chi vi riesce. La notizia viene dalla Finlandia ed è apparsa sulla rivista Psychoterapy and Psychosomatics.

L’indagine ha richiesto la collaborazione di diversi istituti di ricerca, tra cui la Tampere school of Public Health e il Psychiatric Department dell’università di Tampere, ed ha coinvolto cinquemila finlandesi, metà uomini e metà donne. Le persone convocate hanno compilato un primo questionario che analizzava la loro capacità di 1) comprendere 2) descrivere 3) esternare i sentimenti, successivamente sono state misurate la depressione e l’insonnia.

Dopo aver depurato i dati da fattori come obesità, età, genere, livello di istruzione e reddito i ricercatori sono giunti alla conclusione: le persone che capiscono o esternano poco i sentimenti sono più soggette a insonnia e depressione. In particolare l’incapacità a comprendere sembra essere predittiva dell’insonnia in entrambi i sessi, mentre la difficoltà a esternarli pare legata alla depressione solamente negli uomini.

 

 

 

SORPRESE DALLA NATURA

Una delle idee, che costituiscono l’impianto concettuale della Biologia, è che negli ecosistemi naturali quanto più sono marcate le diversità tra gli organismi, tanto più essi danno “garanzia” di mantenere nel tempo la propria specie. La biodiversità è appunto il risultato di un processo evolutivo che comporta l’elaborazione, nel tempo, di nicchie ecologiche sempre più specializzate e spesso complementari tra loro.

Certo è sorprendente il grado di diversificazione raggiunto da alcune colonie di batteri, scoperti da ricercatori della Stanford University ( in California), adattati a vivere a vari km di profondità sotto la crosta terrestre in prossimità di fratture generate da eventi sismici. Essi sono batteri che riescono ad ottenere dell’energia spendibile per i loro processi vitali attraverso reazioni chimiche che utilizzano l’idrogeno molecolare. Non è tanto la semplicità di questo combustibile che colpisce, quanto il fatto che essa si renda disponibile in profonde fratture della crosta, sicuramente trasportata da acqua che filtra tra le rocce e che la sua quantità sia regolata proprio dal ritmo di ripetizione degli eventi sismici.

Mi sembra una scoperta molto importante per vari motivi: 1) perchè non è il risultato di una pressione selettiva, bensi’ il mantenimento di una forma di vita ancestrale che non è stata coinvolta in processi evolutivi; 2) perchè la sua chemiosintesi a partire dall’idrogeno è da studiare approfonditamente in un’epoca come la nostra in cui cerchiamo di svincolarci dal petrolio per l’ottenimento di materie organiche di sintesi e ovviamente di nuove forme di energia; 3) perchè è interessante capire l’analogia con gli altri pianeti che già esiste, come accennato dagli studiosi menzionati.

Infine, si deve concludere con il famoso proverbio che dice che non tutto il male vien per nuocere, visto che proprio degli eventi catastrofici come i terremoti hanno mantenuto la vita di questi preziosi microorganismi.

La malattia del sonno che provoca gli incidenti stradali

Avete mai sentito nominare la Osas? Probabilmente no. Eppure la sindrome da apnea ostruttiva del sonno (Osas) è la causa di parecchi incidenti stradali. Per la sicurezza sulle strade è un problema importante quanto la guida sotto l’effetto di alcol o droghe.

Questa malattia colpisce in italia oltre 1.600.000 persone. Mentre dormono russano abitualmente e vanno incontro a frequenti apnee. Si svegliano spesso con una sensazione di soffocamento, alla mattina soffrono di mal di testa, durante il giorno hanno attacchi di sonnolenza e sono meno capaci di concentrazione e attenzione.

Capite come questo sia preoccupante per chi deve mettersi alla guida. Proprio la sonnolenza, infatti, causa il 21% degli incidenti autostradali e il 15% di quelli su strade extraurbane (dati del Ministero dei Trasporti), e la metà di essi sarebbe attribuibile all’Osas. Secondo Giuseppe Insalaco, ricercatore dell’Ibim-Cnr, una persona affetta da Osas in autostrada può percorrere oltre 20 m in più prima di iniziare a frenare di fronte ad un pericolo.

Molti studi confermano l’associazione tra Osas e maggior rischio d’incidenti, eppure solo 40.000 malati (degli oltre 1.600.000 stimati) attualmente si curano. La terapia riesce ad eliminare le apnee, migliorare il sonno notturno e ridurre il problema della sonnolenza. Una sua maggior diffusione sarebbe un vantaggio, oltre che per gli altri automobilisti, anche per i malati stessi: non solo provocherebbero meno incidenti, ma ridurrebbero il proprio rischio di malattie cardiovascolari.

Biocombustibili: siamo proprio sicuri?

bioe3.pngSfidare l’oro nero non è cosa da poco. Diventa più difficile se a sostenerlo sono gli scetticismi della comunità scientifica e i giochi della politica internazionale. è il caso dei biocarburanti: prodotti di derivazione agricola in grado di sostituire la benzina e il diesel, riducendo di circa il 70 per cento le emissioni di CO2. Ottimo contributo per contrastare il riscaldamento globale. Ma cosa cambierebbe negli equilibri del nostro pianeta se ettari di foresta, boschi e torbiere, venissero smantellati per far spazio ad estese colture di colza, girasoli e barbabietole da zucchero? Continua a leggere ‘Biocombustibili: siamo proprio sicuri?’

Ricerca e sviluppo in Italia, solo l’1,1% del Pil

Ricerca & Sviluppo

L’Unione europea raccomanda di triplicare gli sforzi. Il record agli Usa, seguiti da Cina, Giappone e Germania

La spesa per la ricerca e lo sviluppo (R&S) rimane molto bassa nel nostro paese: era all’1,13% del Pil nel 2002 ed è rimasta sostanzialmente invariata nel 2004 e nel 2005 (1,1% secondo i dati Istat). Cifre non proprio confortanti, se si pensa che l’Unione europea consiglia un 3% tra spesa pubblica ed investimenti privati.

Le analisi più aggiornate dell’Ocse quantificano in 3.198 milioni di dollari gli sforzi economici di ministeri, enti pubblici e amministrazioni locali per la ricerca, poco meno del Regno Unito (3.308), ma ben distanti dai più alti standard internazionali: 38.128 per gli Stati uniti, 21.577 per la Cina, 11.199 per il Giappone. In Europa conducono Germania e Francia, rispettivamente a 8.062 e 6.626 milioni di dollari di spesa pubblica.

In totale, per l’Italia, si tratta dello 0,2% del Pil nazionale, così distribuito a seconda dei grandi obiettivi socio-economici: il 23% va allo sviluppo economico, il 20% all’ambiente e alla salute, il 39% alle università, il 10,1% alla ricerca civile e il 7,7% a quella spaziale.

Scorporando i dati per tipologia di ricerca, si vede che ben il 52% delle risorse sono destinate alla R&S applicata, il 40% a quello di base, mentre solo l’8% viene distribuito alle attività di sviluppo sperimentale. Le imprese italiane, che pur hanno incrementato la spesa per R&S del 7,7% nel 2005, ancora sono lontane dal fornire il loro apporto nel migliore dei modi, tenuto conto anche che la loro incidenza negli investimenti supera la metà del totale.

Ecologia applicata alle città

L’ ecologia , comunemente intesa come scienza del rispetto Ecologia applicata alle città
dell’ambiente, estende il suo ambito di studio alle città. Un numero speciale della rivista “Science” delinea le caratteristiche di un nuovo campo dell’ecologia: l “ecologia urbana“.

L’ “ecologia urbana” studia l’impatto che le città hanno sull’ambiente. Il suo obiettivo è di rendere possibile lo sviluppo delle città riducendo al minimo l’inquinamento e lo spreco di risorse naturali. Ciò si traduce in una maggior vivibilità dei centri urbani e in un miglioramento della qualità di vita degli uomini che li abitano.

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I segreti della metallurgia dell’età del bronzo svelati dai neutroni

ricostruzione di due capanne di terramare

Lo studio di tre asce per mezzo dei neutroni, realizzato da un gruppo di ricerca del’università di Modena e Reggio Emilia, getta nuova luce sulla tecnologia, l’economia e la società degli abitanti delle terramare, che vivevano nella pianura padana tra il XVII ed il XII secolo avanti Cristo.

I villaggi terramaricoli, diffusi in Italia settentrionale nell’età del bronzo, ospitavano delle comunità ben strutturate, con suddivisione del lavoro e presenza artigiani specializzati in grado di forgiare oggetti di metallo come utensili, armi ed ornamenti per abiti.

Rosaria Arletti, del Dipartimento di scienze della Terra dell’università emiliana, ha illustrato durante un recente seminario i risultati ottenuti studiando tre asce rinvenute in villaggi terramaricoli in provincia di Modena.

La diffrazione dei neutroni ha permesso di individuare le caratteristiche e la composizione delle materie prime impiegate, il trattamento dei manufatti nonché la loro alterazione superficiale: questi elementi rivelano una tecnologia sofisticata che spiega l’ampia diffusione di questi oggetti nell’età del bronzo.

I terramaricoli commerciavano con il nord Europa ed il Mediterraneo scambiando materie prime, ad esempio ambra e metalli, e manufatti, come quelli esaminati dal team emiliano con l’uso di una tecnologia innovativa, la diffrazione dei neutroni, alternativa e complementare alla più nota diffrazione dei raggi X.

I neutroni infatti, visualizzando gli atomi di idrogeno, permettono di ottenere informazioni sui materiali non ottenibili con i raggi X i quali, interagendo con gli elettroni, visualizzano soprattutto gli atomi più pesanti dell’idrogeno. Inoltre i neutroni, non avendo effetti distruttivi, consentono di studiare anche gli oggetti più delicati e preziosi.

asce età bronzo