Biocombustibili: siamo proprio sicuri?

bioe3.pngSfidare l’oro nero non è cosa da poco. Diventa più difficile se a sostenerlo sono gli scetticismi della comunità scientifica e i giochi della politica internazionale. è il caso dei biocarburanti: prodotti di derivazione agricola in grado di sostituire la benzina e il diesel, riducendo di circa il 70 per cento le emissioni di CO2. Ottimo contributo per contrastare il riscaldamento globale. Ma cosa cambierebbe negli equilibri del nostro pianeta se ettari di foresta, boschi e torbiere, venissero smantellati per far spazio ad estese colture di colza, girasoli e barbabietole da zucchero?

A rispondere è un recente studio dell’ organizzazione internazionale per la prevenzione dell’ambiente Nature Conservancy, pubblicato su “Science” di questo mese. Secondo l’autore, Joe Fargione: “la quantità delle emissioni di carbonio derivante dalla conversione delle aree naturali in colture per la produzione di biomassa supera notevolmente quella risparmiata consumando i carburanti bio”.

Tuttavia la corsa alle fonti alternative di energia sta causando la riconversione di aree sempre più vaste di terreno in tutto il mondo:

  • gli Stati Uniti hanno aperto le frontiere alla coltivazione estensiva di colza da cui ricavano biodiesel;
  • in Brasile il bioetanolo estratto da barbabietole da zucchero, copre circa il 20% dei consumi di carburante dei trasporti interni e sta diventando la prima fonte di esportazione del paese;
  • in Africa ed in particolar modo nello stato indipendente dello Swaziland si esporta biocarburante estratto dall’alimento nazionale, la manioca, mentre il paese è ancora nella morsa della carestia e tuttora riceve aiuti alimentari.

l rischi non si misurano soltanto in termini energetici, ma anche economici poiché la produzione di biocarburanti da colture agricole riduce la già limitata quantità di terre coltivabili e di acqua, andando ad incidere drasticamente sull’andamento dei prezzi dei prodotti alimentari.

A promuovere i biocarburanti è anche la Commissione Europea intenzionata a incrementare la quota fino al 10 per cento entro il 2010 e l’Italia ha già fissato di sostituire almeno il 2 per cento del totale della benzina e del diesel con carburante bio.

Ma allora come far quadrare il cerchio? Come cercare di riportare l’equilibrio tra innovazione, ambiente e società?

E’ semplice: basta produrre biocarburanti in modo non agricolo.

La cellulosa del legno si presta ad essere adottata come materia prima da utilizzare per la produzione di etanolo e le termiti ne sono le grandi operaie. Nell’apparato digerente di questi insetti, i ricercatori del California Institute of Technology hanno individuato degli enzimi capaci di degradare gli zuccheri della cellulosa in molecole semplici pronte per la fermentazione. In Italia sono già note tecnologie tali da estarre cellulosa dallo smaltimento dei rifiuti urbani, dai residui agricoli e dagli scarti dell’industria agroalimentare.

Combattere il cambiamento climatico, quindi, è possibile e la ricerca tecnologica propone varie strade “pulite” per fronteggiare il problema del riscaldamento globale.

Ma è anche necessario istituire una regolamentazione incisiva del mercato delle emissioni, affiancata da politiche adeguate che rendano conveniente per le aziende applicare quelle tecnologie e quelle pratiche che purtroppo stentano a diventare economicamente più redditizie.

~ di saragiannetti su Febbraio 27, 2008.

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